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Disegno di Legge - Disposizioni per il miglioramento sostanziale della salute e sicurezza dei lavoratori

22.06.2018

PROPOSTA DI LEGGE

D’iniziativa del deputato Claudia Porchietto

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Disposizioni per il miglioramento sostanziale della salute e sicurezza dei lavoratori
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Onorevoli Colleghi. -- L'economia globale tutta, ove più ove meno, è sottoposta a cambiamenti veloci e imprevedibili indotti dalle nuove tecnologie digitali. Il loro impatto sul lavoro sarà tanto più positivo -- o tanto meno negativo -- quanto più saranno rimossi gli ostacoli regolatori al loro pieno impiego. La disciplina sulla salute e sicurezza durante il lavoro è stata prodotta nel presupposto della produzione industriale seriale fortemente meccanizzata e di mansioni lavorative standardizzate, venendo applicata in modo tendenzialmente omologo a tutti i luoghi produttivi di beni come di servizi.

Già in occasione del Libro Bianco sul futuro del mercato del lavoro in Italia, Marco Biagi ne sollecitava una profonda revisione. In particolare, possiamo attribuirgli due ordini di valutazioni premonitrici dei bisogni attuali. Egli comprese, da un lato, che le nuove tecnologie, nonostante ne potesse percepire solo il primitivo impatto, avrebbero trasformato il modo di produrre e lavorare nel senso di una ben maggiore autonomia e responsabilità del prestatore d'opera. Oggi già diffusamente avvertiamo il passaggio da modelli organizzativi verticali, nei quali il lavoratore esegue pressoché meccanicamente ordini gerarchicamente impartiti, a modelli orizzontali ove il lavoro si svolge per cicli, fasi, obiettivi, risultati. E sempre più tendono a venire meno le tre caratteristiche tradizionali del lavoro subordinato, consistenti nella predeterminazione, per lo più rigida, dell'orario di lavoro, della postazione fissa, del salario. Dall'altro lato, Biagi affermò, in questa prospettiva, che il primario diritto a lavorare in condizioni di salute e sicurezza non si sarebbe garantito tanto attraverso il formalismo giuridico quanto piuttosto sulla base di un approccio sostanziale per obiettivi. Di lui ricordiamo infatti l'ansia del risultato che non si appagava attraverso gli adempimenti burocratici ma voleva il datore di lavoro impegnato continuamente ad utilizzare le migliori pratiche e le più aggiornate tecnologie tarandole sulle specifiche condizioni del contesto lavorativo e sulle caratteristiche soggettive dei lavoratori. E le nuove tecnologie offrono quotidianamente migliori opportunità di lavorare e produrre in ambienti più sicuri per cui i rigidi adempimenti fissati dalla legge privano i lavoratori della possibilità di beneficiare appieno delle continue innovazioni. La sicurezza deve insomma diventare un contenuto intrinseco della qualità totale dell'impresa, incoraggiato dalla primaria capacità consulenziale delle funzioni pubbliche e delle professioni esperte, e non un accessorio burocratico detestato perché subito per il timore di sanzioni sproporzionate. Le visioni di Biagi ci consentono quindi di costruire una proposta di riforma nel segno di una «evidence based regulation» o, per dirla con lui, di un «management by objectives». Abbiamo ora la possibilità di coniugare condizioni di lavoro più sicure e regole d'impresa più funzionali alla competizione globale ove molti concorrenti operano nella massima sregolatezza. Noi non dobbiamo rinunciare ai nostri principi di qualità del lavoro ma possiamo renderli più effettivi da un lato pretendendo regole universali essenziali da inserire nei core labour standards dell'ILO e dall'altro incentivando il continuo aggiornamento alle migliori prassi e alle nuove tecnologie.

La normativa di salute e sicurezza vigente in Italia -- in larga parte contenuta nel decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 (provvedimento conosciuto come «testo unico» di salute e sicurezza sul lavoro) -- è assolutamente coerente con le pertinenti direttive europee e individua elevati livelli di tutela per ogni lavoratore, pubblico e privato. Tuttavia essa si caratterizza per la sua eccessiva complessità legislativa e di attuazione, già bene esemplificata dal numero (ben 306, ai quali si aggiungono gli oltre 50 allegati) degli articoli del decreto legislativo n. 81 del 2008, a sua volta neppure esaustivo rispetto alle disposizioni vigenti. Tale complessità è ancora più preoccupante ove si consideri che il «testo unico» (come già il decreto legislativo n. 626 del 1994) non prevede alcuna «modularità» delle disposizioni applicabili alle aziende rispetto alle peculiarità dei settori e delle attività di riferimento imponendo in modo indistinto a tutti i datori di lavoro l'adozione -- tendenzialmente assistita da sanzione penale -- delle stesse misure di tutela, progettate avuto riguardo al modello di un’impresa manifatturiera, strutturata e organizzata in modo tradizionalmente gerarchico. A ciò si aggiunga che da sempre l'Italia ha provveduto alla trasposizione nel proprio ordinamento giuridico delle direttive comunitarie di riferimento, a partire dalla direttiva «quadro» in materia (la 89/391/CEE), attraverso una tecnica di recepimento che ha individuato procedure spesso più complesse di quelle imposte -- quale livello minimo da garantire -- dalle fonti comunitarie, al fine di imporre una serie di regole di prevenzione maggiormente tutelanti nel riguardi dei lavoratori. Tali procedure (si pensi, per tutte, alle regole «di dettaglio» della formazione o, ancora, alla complessità della struttura obbligatoria di alcuni documenti quali, ad esempio, il Documento di valutazione dei rischi o, nell'ambito della sorveglianza sanitaria, la cartella sanitaria e di rischio), imposte obbligatoriamente, hanno «appesantito» sensibilmente la regolamentazione italiana -- obbligatoria e sanzionata penalmente anche su tali aspetti documentali e procedimentali -- senza alcun miglioramento in termini prevenzionistici. Inoltre esse si sono dimostrate nel tempo penalizzanti per le imprese italiane nei riguardi di altre imprese europee che, chiamate ad applicare le normative comuni per mezzo di leggi nazionali, si sono invece limitate al recepimento delle procedure minime ma sufficienti ad essere adempienti.

L'esperienza maturata negli anni di attuazione del decreto legislativo n. 81 del 2008 ha fatto emergere la criticità di tali impostazioni, soprattutto rispetto alle esigenze degli uffici e delle piccole e medie imprese, cui viene chiesto un numero di adempimenti notevole, del tutto equivalente rispetto alle imprese di grandi dimensioni e sproporzionato rispetto alle esigenze di tutela dei lavoratori (avuto riguardo al numero assai ridotto di infortuni in tali contesti). In altre parole, è ormai evidente ed improcrastinablie indirizzare la normativa vigente in materia di salute e sicurezza verso una maggiore pertinenza rispetto alle dinamiche e ai rischi infortunistici di settore e tenendo conto delle diversità delle organizzazioni di lavoro.

Al riguardo va sottolineato che l'Unione europea ha ripetutamente sollecitato gli Stati membri a procedere a una semplificazione degli adempimenti connessi alla disciplina della salute e sicurezza sul lavoro, soprattutto quando burocratici e documentali, tali da non incidere sui livelli di tutela. L'idea è favorire una gestione della salute e sicurezza sul lavoro da parte delle imprese che sia, più di quanto oggi accada, diretta a perseguire in modo sostanziale il rispetto dei livelli di tutela limitando l'utilizzo di risorse aziendali dirette alla realizzazione di adempimenti meramente formali, come ad esempio le notifiche o le comunicazioni. Del resto, tale logica è stata in Italia avallata dalla Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro (articolo 6 del decreto legislativo n. 81 del 2008) la quale, nell'approvare la «Strategia nazionale per la salute e sicurezza sul lavoro» in data 29 maggio 2013, ha sottolineato come vada: «... perseguita la semplificazione del quadro regolatorio -- alla imprescindibile condizione che essa non comporti alcun abbassamento dei livelli di tutela in ogni luogo di lavoro e nei riguardi di qualunque lavoratore (...). Questo processo di semplificazione deve tendere a coniugare la crescita della sicurezza sul lavoro e quella delle imprese dedicando particolare attenzione alle piccole e medie imprese secondo i principi contenuti nello Small Business Act». Analoghe sollecitazioni sono contenute nella relazione finale della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro, approvata in data 15 gennaio 2013, per cui appare chiara le necessità che si realizzino in tempi quanto più possibile stretti modifiche del quadro legislativo che rendano le regole della salute e sicurezza più attinenti alle peculiarità di settore e alle dinamiche differenti delle attività lavorative di riferimento. Le disposizioni del «decreto del fare» e, di seguito, del decreto legislativo n. 151 del 2015, attuative del «Jobs Act» e che hanno inciso sulla salute e sicurezza, costituiscono senz'altro l'inizio di tale percorso ma non appaiono sufficienti sia perché numericamente limitate, sia perché in larga parte ancora inoperanti.

Una regolamentazione più efficace e moderna e l'aiuto dei soggetti esperti. Occorre, quindi, proseguire sulla strada intrapresa realizzando ulteriori e più incisive misure di semplificazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro, innanzitutto per migliorare la stessa efficacia delle regole della prevenzione di infortuni e malattie professionali. In particolare, appare necessario abbandonare definitivamente l'approccio formalistico -- ancora purtroppo ampiamente diffuso nella regolazione e nella sua interpretazione -- a favore di uno pratico e sostanziale, che concepisca le regole di prevenzione in modo coerente con la gravità dei rischi propri delle imprese dei diversi settori di riferimento e che favorisca un approccio normativo fondato sulla sostenibilità degli obblighi di legge da parte degli studi professionali, degli uffici in generale e delle piccole e medie imprese, cui non è logico né corretto chiedere gli stessi adempimenti imposti ad aziende con processi complessi e con numero elevato di lavoratori, senza alcuna considerazione dei dati infortunistici di riferimento.

Per realizzare tale obiettivo occorre procedere ad una profonda rivisitazione del quadro giuridico vigente, il quale va ricondotto alla sua natura più essenziale, eliminando tutto ciò che non ha attinenza con le Direttive comunitarie costituendo, quindi, un appesantimento regolatorio molto spesso privo di ricadute positive in termini di prevenzione di infortuni e malattie professionali.
A tale scopo, il parametro per l'adempimento degli obblighi di tutela da parte del datore di lavoro va rinvenuto non nella legge ma nelle regole -- ben più moderne ed idonee ad attagliarsi alle particolarità del lavori di riferimento -- che provengono dall'esperienza di organismi nazionali ed internazionali («norme tecniche») e dalla competenza di soggetti «esperti», quali le «linee guida», le «norme tecniche» e le «buone prassi». Al contempo occorre fare in modo che ai soggetti con riconosciute competenze, quali risultanti dallo svolgimento della professione nell'ambito di ordini o comunque in materia di salute e sicurezza (ad esempio il medico del lavoro o il responsabile del servizio di prevenzione e protezione), venga consentito di aiutare le aziende nella gestione della complessa normativa prevenzionistica, anche per mezzo della «certificazione» dell’adozione delle misure di prevenzione e gestione del rischio, alla quale venga attribuita -- ferma restando la facoltà del giudice di verificare la veridicità della relativa dichiarazione -- valenza esimente rispetto alle responsabilità antinfortunistiche. Va a tale riguardo sottolineato da un lato come la certificazione possa essere resa solo da soggetti tecnicamente competenti, iscritti in un elenco soggetto a verifica preventiva e costante da parte del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, e in relazione a quelle sole parti delle attività di prevenzione da infortuni e malattie professionali che l’esperto conosce e rispetto alle quali svolge giorno per giorno le proprie attività e, dall’altro, come tale certificazione venga resa con efficacia limitata al momento della rilevazione, non potendo, come è usuale in materia di certificazione (si pensi, per tutte, alle certificazioni dei modelli di organizzazione e gestione della salute e sicurezza), avere alcuna rilevanza rispetto alle condotte in violazione delle norme di legge successive all’accertamento.
I principi generali
In coerenza con quanto sin qui esposto, sempre in relazione alla necessità di rendere più efficace il vigente quadro normativo, le proposte contenute nel disegno di legge si ispirano ai seguenti princìpi generali:
a) introduzione del principio del rispetto dei livelli di regolazione minimi previsti dalla legislazione europea di riferimento, eliminando quelle parti delle normative italiane (leggi, decreti, altre fonti) che rispetto ai livelli di regolazione delle direttive europee siano ulteriori e non giustificati da esigenze di tutela dei lavoratori;
b) riconoscimento del principio per il quale il datore di lavoro è tenuto ad adottare le misure di prevenzione e protezione che rappresentano lo «stato dell'arte» in materia di prevenzione di infortuni e malattie, in quanto elaborate da soggetti competenti e, se necessario, «validate» da soggetti pubblici;
c) identificazione di princìpi essenziali di sicurezza, tratti dalle direttive europee e contenuti nelle «norme tecniche», nelle «buone prassi» e nelle «linee guida», che costituiscano i livelli inderogabili -- applicati unitariamente a livello nazionale -- della tutela dei lavoratori rispetto agli infortuni e alle malattie professionali e il parametro di valutazione dell'adempimento degli obblighi delle aziende, con conseguente abrogazione delle disposizioni «di dettaglio» (tuttora vigenti, spesso risalenti agli anni Cinquanta) di cui ai titoli II e seguenti del decreto legislativo n. 81 del 2008;

d) possibilità per i soggetti obbligati di rivolgersi a soggetti «esperti» in materia di salute e sicurezza sul lavoro i quali, sotto la loro responsabilità professionale, possano «certificare» la correttezza della progettazione e realizzazione delle misure di prevenzione e protezione in azienda, anche previo accesso al patrimonio informativo di cui al Sistema informativo nazionale per la salute e sicurezza sul lavoro;
e) incentivazione, con un meccanismo di «bonus-malus» a valere sui premi INAIL, della adozione ed efficace attuazione in azienda delle misure di prevenzione di infortuni e malattie professionali;
f) complessiva rivisitazione della normativa vigente, eliminando ripetizioni e sovrapposizioni, anche con riferimento all'apparato sanzionatorio, garantendo la semplificazione della normativa nonché l'effettiva e corretta modulazione dei precetti, anche sanzionatori.


Le proposte nel dettaglio
Di seguito si riportano le ragioni a fondamento delle proposte avanzate, seguendo l'ordine dell'articolato.
L'articolo 1 enuncia l'oggetto e lo scopo del disegno di legge, identificato, nel comma 1, nella promozione del «miglioramento sostanziale della salute e sicurezza sul lavoro riducendo gli adempimenti formali delle imprese». Il successivo comma 2 chiarisce che il provvedimento si compone di princìpi e disposizioni generali in materia di prevenzione, su temi essenziali quali l’informazione, la formazione, l'addestramento dei lavoratori e la partecipazione dei medesimi alla prevenzione degli infortuni e delle malattie in azienda. La realizzazione in concreto di tali princìpi va assicurata da un lato facendo in modo che il datore di lavoro garantisca che «l'attività lavorativa non presenti rischi per la salute e sicurezza delle persone» e dall'altro facendo affidamento sul «dovere dei lavoratori di assumere comportamenti responsabili e attivi in relazione alla sicurezza del lavoro» (comma 3). In tal modo trova una sua formalizzazione normativa il più recente orientamento della giurisprudenza in materia di salute e sicurezza sul lavoro che sottolinea come: «il sistema della normativa antinfortunistica si è evoluto, passando da un modello “iperprotettivo”, interamente incentrato sulla figura del datore di lavoro, quale soggetto garante investito di un obbligo di vigilanza assoluta sul lavoratori, ad un modello “collaborativo”, in cui gli obblighi sono ripartiti tra più soggetti, compresi i lavoratori» (così, per ultima, Cass. pen., sez. IV, 10 giugno 2016, n. 24139).

Infine il comma 4 ribadisce la natura «cedevole» delle disposizioni del provvedimento in favore di quelle delle regioni e delle province autonome di Trento e di Bolzano, essendo la materia di competenza «ripartita» tra lo Stato e le regioni, in attuazione dell'articolo 117, quinto comma, della Costituzione.

L'articolo 2 disciplina il campo di applicazione oggettivo del presente disegno di legge, stabilendo che tutti i settori privati o pubblici in cui siano presenti lavoratori, quali definiti dal successivo articolo 3, sono soggetti alle regole di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori. Tuttavia, al comma 2, come già nel decreto legislativo n. 626 del 1994 prima e nel decreto legislativo n. 81 del 2008 in seguito, vengono salvaguardate alcune esigenze peculiari (si pensi, per tutte, a quelle delle Forze armate) e viene inserita la precisazione, quanto mai opportuna, che in attesa di alcune regolamentazioni che individuino le esigenze di riferimento continuano ad operare le analoghe discipline emanate nella vigenza del «testo unico» di salute e sicurezza sul lavoro.

L'articolo 3 reca l'elenco delle «definizioni», più ristretto di quello di cui all'articolo 2 del decreto legislativo n. 81 del 2008 ma che tiene conto dell'esperienza maturata negli anni successivi all'entrata in vigore del «testo unico».

L'articolo 4 puntualizza, dal punto di vista dell’identificazione del campo soggettivo di applicazione delle disposizioni della legge, le regole per la tutela della salute e sicurezza sul lavoro per i lavoratori autonomi ex articolo 2222 del codice civile, i componenti dell'impresa familiare, gli artigiani e i piccoli commercianti (comma 1), nonché per i rapporti di lavoro accessorio (comma 2), la somministrazione di lavoro (comma 3) e il cosiddetto lavoro «agile» (comma 4).

L'articolo 5 del disegno di legge conferma l'attuale assetto della vigilanza in materia, affidata in linea generale alle ASL ma, al contempo, fa salve le attuali ipotesi di competenza «specifica» in materia, necessaria per le particolarità dei settori di riferimento; anche in questo caso viene ribadito che le previsioni di cui al decreto legislativo n. 81 del 2008 in materia continuano ad operare e viene confermato il principio derivante da evidenti esigenze di imparzialità e trasparenza -- che: «il personale delle pubbliche amministrazioni, assegnato agli uffici che svolgono attività di vigilanza, non può prestare, ad alcun titolo e in alcuna parte del territorio nazionale, attività di consulenza» (comma 3).

L'articolo 6 del disegno di legge, nell'individuare le «disposizioni generali» in materia, illustra i princìpi generali relativi alla corretta gestione della salute e sicurezza in azienda secondo la logica, sopra ricordata, della cooperazione di tutti i soggetti della salute e sicurezza alle attività di prevenzione di infortuni e malattie professionali. In particolare, il comma 4 evidenzia come il datore di lavoro non possa ritenersi responsabile se ha ottemperato ai propri obblighi ma l'evento è risultato dovuto a «circostanze a lui estranee, eccezionali e imprevedibili, o a eventi eccezionali, le cui conseguenze non sarebbero state comunque inevitabili, nonostante, il datore di lavoro si sia comportato in modo diligente». Resta ferma la necessità che il datore di lavoro vigili sulle condotte altrui (comma 5), adempimento cui egli può ottemperare anche attraverso una corretta organizzazione aziendale, «per mezzo dei dirigenti e dei preposti e attraverso idonee procedure, ivi comprese quelle disciplinari». Viene, quindi, definitivamente chiarito che la colpa in materia di salute e sicurezza è colpa «di organizzazione» con la conseguenza che essa viene meno ove l'imprenditore dimostri di aver provveduto ad organizzare la sua azienda in modo corretto e attento rispetto alle esigenze di tutela dei propri lavoratori. Il successivo comma 6 chiarisce una volta per tutte che il datore di lavoro che dimostri il proprio diligente comportamento consistente nell'adozione e nell'efficace attuazione della normativa vigente in materia di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, nonché delle disposizioni del presente disegno di legge, non può rispondere penalmente in caso di infortunio che sia derivato da grave negligenza del dirigente, del preposto o del lavoratore. Il comma 7 ribadisce, infine, il noto e incontestato «principio di effettività» della normativa antinfortunistica che implica l’identificazione delle «posizioni di garanzia» in materia in base ai ruoli concretamente svolti e non al dato formale, rappresentato dall'investitura con lettera, incarico o delega.

L'articolo 7 è assolutamente centrale nella logica e nella filosofia dell'intervento normativo imponendo al datore di lavoro di perseguire -- per migliorare l'efficacia delle soluzioni a tutela della salute e sicurezza del suoi lavoratori -- l'adozione ed efficace attuazione delle «migliori soluzioni tecniche e organizzative disponibili». Esse sono contenute nelle «norme tecniche», nelle «linee guida», nelle «buone prassi» o nelle indicazioni delle organizzazioni professionali competenti in materia, purché validate dal soggetto pubblico competente, identificato nella Commissione nazionale per la salute e sicurezza sul lavoro (comma 1). In tal modo viene abbandonato l'approccio rigido e formalistico, incentrato sulla norma di legge sanzionata penalmente, e si favorisce la dinamica evoluzione dei livelli di tutela in ogni ambiente di lavoro.

Per evitare problemi nel passaggio, indubbiamente non semplice, tra i due diversi «modelli» di gestione della salute e sicurezza, il disegno di legge prevede un ampio periodo transitorio (triennale) nel quale al datore di lavoro è consentito anche di dimostrare di avere, in tutto o in parte, adempiuto ai propri obblighi in materia di salute e sicurezza per mezzo dei precetti del decreto legislativo n. 81 del 2008 e dei relativi provvedimenti di attuazione. In tal modo si delinea una «transizione» delle imprese italiane verso una salute e sicurezza più sostenibile, efficace e moderna, fondata su regolamentazioni per loro natura dinamiche e provenienti dall'esperienza operativa (comma 2).

Elemento fondamentale di ausilio alle imprese è l'attività di supporto e sostegno garantita dai medici del lavoro o da altri professionisti esperti in materia di salute e sicurezza sul lavoro, chiamati a verificare l'avvenuto adempimento in azienda degli obblighi in materia di salute e sicurezza rilasciando un’apposita «certificazione» avente valore legale di presunzione rispetto agli obblighi di legge (comma 3). Va specificato che la platea dei «soggetti esperti» non è indistinta ma composta da soggetti o svolgenti professioni con un ordine di riferimento oppure relative alla salute e sicurezza (ad esempio, responsabili dei servizi di prevenzione e protezione), in modo che essi posseggano le competenze necessarie a svolgere appieno -- nel rispetto anche di regole deontologiche a tutela dei committenti e, in ultima ma fondamentale istanza, dei lavoratori -- il delicato compito loro attribuito. Al fine di consentire la necessaria selezione dei certificatori, la legge prevede la necessità di iscrizione ad un elenco presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, possibile solo previa verifica del possesso da parte del professionista di determinati requisiti professionali e di esperienza (comma 5).

Tale meccanismo di affidamento a soggetto terzo della certificazione permetterà una notevolissima riduzione della documentazione di riferimento per la dimostrazione dell'avvenuto adempimento degli obblighi da parte del datore di lavoro, favorendo una visione sostanziale e non burocratica della materia e riducendo sensibilmente i costi di gestione degli adempimenti meramente documentali (comma 4). Quanto all'efficacia della certificazione, è puntualizzato che tramite essa il datore di lavoro può dimostrare l'adempimento di ciascuno dei propri obblighi in materia di salute e sicurezza, ferma restando la possibilità per gli organi di vigilanza e la magistratura di intervenire nei casi in cui la certificazione venga resa in modo fraudolento, con grave colpa professionale o per mezzo di false dichiarazioni. Ciò per evitare in radice fenomeni di possibile «compravendita» delle certificazioni per scopi contrari a quelli appena illustrati.

Ulteriori elementi dissuasivi rispetto all’utilizzo potenzialmente fraudolento dello strumento sono la specificazione che i soggetti esperti rendono la certificazione solo rispetto al «settore» in cui possono mettere a frutto la propria esperienza e competenza (non è consentito, ad esempio, ad un medico del lavoro di certificare in materia diversa da quella attribuita a tale figura della legge), come previsto al comma 4, e che la certificazione non può avere un effetto «dinamico», cioè tale da valere per il futuro (vincolando in modo irragionevole il giudice), ma solo rifertito a quanto il professionista ha constatato e valutato di persona (comma 8).
Il penultimo comma dell'articolo 7 specifica che il soggetto che operi in funzione di supporto alla gestione della salute e sicurezza sul lavoro in azienda accede al patrimonio informativo contenuto nel Sistema informativo nazionale per la salute e sicurezza sul lavoro, in modo da permettergli una migliore conoscenza delle dinamiche infortunistiche e tecnopatiche del settore in cui opera l'azienda e quelle specifiche dell'impresa. In tal modo, un soggetto privato opera -- per mezzo di una struttura pubblica, gestita dall'INAIL -- in sinergia con i soggetti pubblici competenti in materia al fine di realizzare una integrazione virtuosa ed efficace di attività di prevenzione di infortuni e malattie professionali.
L'ultimo comma dell'articolo 7 identifica un meccanismo per incentivare, anche economicamente, l'adozione e l'efficace attuazione delle misure di prevenzione e protezione in azienda, rimettendo al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, unitamente ad INAIL, l'identificazione delle modalità per permettere alle aziende virtuose, che dimostrino di aver ridotto gli indici infortunistici, di avere un sensibile sgravio rispetto ai premi INAIL da pagare.

L'articolo 8 del disegno di legge identifica nel dettaglio, in applicazione dei princìpi generali innovativi appena richiamati, gli obblighi di datori di lavoro e dirigenti, favorendo un’elencazione assolutamente meno complessa e articolata dell'attuale. In particolare, va sottolineato come il comma 4 introduca un princìpio di ragionevolezza in forza del quale i luoghi di lavoro con minore complessità vanno considerati alla stregua di luoghi di vita con conseguente obbligo di conformità edilizia e rispetto di essenziali misure antincendio e relative alle attrezzature di lavoro. I successivi commi delineano un sistema «modulato» di gestione degli obblighi, anche per mezzo di documenti di indirizzo e supporto «validati» dalla Commissione nazionale per la salute e sicurezza sul lavoro.

Il comma 7 regolamenta, poi, in modo semplice ma al contempo ben più efficace dell'attuale la fattispecie, assai frequente e critica, della «compresenza» di più imprese nello stesso contesto lavorativo, delineando con precisione gli obblighi a carico del datore di lavoro committente e delle imprese appaltatrici, senza riferire i medesimi -- come oggi accade -- a complicati documenti di prova (a partire dal noto Documento di valutazione dei rischi da interferenza delle lavorazioni, anche noto con l'acronimo di DUVRI). Le imprese sono, in tal modo, libere di organizzare la gestione dell’interferenza dei rischi lavorativi dovendo comunque garantire l'integrale rispetto dei princìpi di legge al riguardo, con ogni mezzo idoneo allo scopo e, quindi, garantendo una scelta responsabile del contractor, lo scambio serio e reale di informazioni sui rischi del lavoro tra le maestranze e la predisposizione congiunta di procedure di gestione delle attività dei lavori, servizi e forniture al fine di abbattere o, se impossibile, ridurre al minimo i rischi di infortunio o malattia professionale in tali contesti. I commi 8 e 9 disciplinano rispettivamente la necessità che le misure di prevenzione non comportino oneri finanziari per i lavoratori e gli obblighi del dirigente, compreso quello di frequentare appositi corsi di formazione e aggiornamento in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

Gli articoli 9 e 10 regolamentano, rispettivamente, i servizi di prevenzione e protezione e le attività di gestione delle emergenze (primo soccorso e antincendio), per mezzo della formalizzazione dei soli princìpi essenziali che sono contenuti nelle pertinenti direttive europee e, quindi, con una ampia semplificazione rispetto all'attuale disciplina.
Allo stesso modo gli articoli 11 e 12 disciplinano gli obblighi di informazione e formazione dei lavoratori, dei dirigenti e dei preposti, in modo semplice ma al contempo coerente sia con le previsioni europee di riferimento che con gli orientamenti giurisprudenziali in materia.

Il successivo articolo 13 ribadisce la «centralità» della consultazione e partecipazione dei lavoratori e dei loro rappresentanti con riferimento alla gestione di tutte le questioni che riguardano la salute e sicurezza durante il lavoro. I lavoratori e i loro rappresentanti non possono subire pregiudizio a causa delle attività di consultazione e partecipazione previste dai primi tre commi dell'articolo, mentre il datore di lavoro è tenuto a concedere ai rappresentanti dei lavoratori un sufficiente esonero dal lavoro senza perdita di retribuzione e a mettere a disposizione i mezzi necessari per l'esercizio dei loro diritti e funzioni, secondo modalità disciplinate dalla contrattazione collettiva. L’importanza di un gestione partecipata della salute e sicurezza sul lavoro in azienda viene in particolare ribadita dai commi 7 e 8 che definiscono, attraverso una norma promozionale non sanzionata, la riunione periodica quale sede per la discussione tra i soggetti del sistema di prevenzione aziendale del livello di attuazione delle misure di prevenzione e protezione in azienda e di condivisione della programmazione delle attività di miglioramento nel tempo dei livelli di tutela. In tale contesto si procede a una valutazione complessiva dell’azienda avendo riguardo a quanto fatto e da fare e tale valutazione costitusce punto di caduta della strategia aziendale in materia di salute e sicurezza ed elemento essenziale ai fini della certificazione.

Gli articoli 14 e 15 recano l'indicazione degli obblighi, rispettivamente, a carico di lavoratori e preposti.
L'articolo 16 disciplina i casi di sorveglianza sanitaria, anche per mezzo del rinvio all'allegato al disegno di legge il quale contiene una serie di indicazioni operative, non obbligatorie, ma che costituiscono utile parametro di riferimento per il medico del lavoro e sono tratte dagli anni di esperienza maturati successivamente all'entrata in vigore del «testo unico» di salute e sicurezza sul lavoro.

Il comma 2, a valenza programmatica ma altamente significativo, evidenzia l’opportunità che l’azienda dia mandato al medico del lavoro di procedere a svolgere attività di promozione della salute del lavoratore anche avuto riguardo alla vita quotidiana e ai corretti stili di vita, sulla base, cioè, di ad una visione «olistica» delle misure di tutela della persona.
È formalizzato, all'articolo 17 del disegno di legge, il principio di libertà nella scelta del supporto da utilizzare per la tenuta del documento di valutazione dei rischi e di qualunque altro documento rilevante in materia di salute e sicurezza sul lavoro. L'articolo delinea anche, riprendendo i requisiti già descritti all'articolo 30 del «testo unico», le caratteristiche che il modello di organizzazione e gestione della salute e sicurezza sul lavoro deve avere per poter essere idoneo ad avere «efficacia esimente» rispetto alla responsabilità amministrativa dell'ente di cui al decreto legislativo n. 231 del 2001.

Il comma 7 dell'articolo 17 prevede che entro e non oltre il 31 dicembre dell'anno in corso venga emanato il decreto che disciplina la costituzione e il funzionamento del Sistema informativo nazionale per la salute e sicurezza sul lavoro, strumento fondamentale di conoscenza delle dinamiche infortunistiche e delle problematiche di prevenzione e protezione e che, pertanto, occorre rendere al più presto operativo, sia al fine di una più efficace programmazione delle attività pubbliche di prevenzione che per avere uno strumento informatico moderno utile a aiutare le aziende nella gestione degli adempimenti di comunicazione e notifica nei riguardi dei soggetti pubblici. Tale strumento è diretto, nella logica del disegno di legge, altresì a permettere ai soggetti esperti che operano «a supporto» delle imprese, di accedere ai flussi informativi per rendere più efficace la propria attività di consulenza e sostegno.

L'articolo 18 introduce un principio -- peraltro espresso nei medesimi termini nei riguardi di tutte le direttive europee dalla legge 12 novembre 2011, n. 183 -- per il quale il futuro recepimento da parte dell'Italia di direttive europee in materia di salute e sicurezza sul lavoro dovrà avvenire nel rispetto dei soli livelli inderogabili di tutela previsti dalle direttive stesse. Inoltre al fine di operare una ricognizione delle procedure «sovrabbondanti» (purtroppo oggi sin troppo numerose) vigenti in Italia, viene prevista la identificazione, con decreto ministeriale, di quali siano i livelli di regolazione da eliminare, in quanto non obbligatori rispetto allo scopo delle direttive comunitarie in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

Il successivo articolo 19 descrive e regolamenta la composizione (comma 1), la durata in carica dei membri (comma 2) e i compiti (comma 3), di particolare ampiezza ed importanza, della Commissione nazionale per la salute e sicurezza sul lavoro, collegio affine all'attuale Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro e caratterizzato dalla presenza sia dei soggetti pubblici, statali e regionali, competenti in materia che delle parti sociali. A questa Commissione viene attribuito, tra gli altri, il compito di «validare» le norme «cedevoli» che il disegno di legge considera parametro per il corretto adempimento degli obblighi di legge, vale a dire le «buone prassi» e le «linee guida».

L'articolo 20 identifica il regime «transitorio» di riferimento, prevedendo l'abrogazione del decreto legislativo n. 81 del 2008. Il decreto legislativo resterà in vigore -- per un periodo di tre anni -- unicamente come parametro «alternativo» rispetto a quelli che nel futuro saranno gli unici di riferimento («linee guida», «buone prassi» e «norme tecniche») per il rispetto dei livelli legali di tutela. Da un lato, è prevista l'abrogazione immediata del titolo I del decreto legislativo n. 81 del 2008, recante le disposizioni di carattere generale in materia di salute e sicurezza, dall'altro viene «differita» l'abrogazione dei titoli successivo al titolo I, al fine di consentire una migliore ponderazione di tali eliminazioni, in quanto riferite a normativa «tecnica» di particolare complessità, attuativa di direttive europee. Per questa ragione, il provvedimento identifica i criteri di delega per un intervento normativo di tipo legislativo, in modo da procedere anche alla rivisitazione dell'apparato sanzionatorio di riferimento (operazione che non sarebbe stata possibile agendo per mezzo di semplici decreti o mediante regolamenti).

L'articolo 21 è dedicato all'apparato sanzionatorio (riferendosi ai soli precetti del titolo I del decreto legislativo n. 81 del 2008, oggetto di immediata abrogazione) che viene razionalizzato rispetto al quadro legale vigente. Le disposizioni sono applicabili in caso di violazione degli obblighi da parte di datori di lavoro, dirigenti, preposti, lavoratori e medico del lavoro.

L'articolo 22 valorizza il potere degli ispettori che effettuano attività di vigilanza di impartire disposizioni esecutive ai fini dell'applicazione delle previsioni del presente disegno di legge. È altresì previsto che l'avvenuto adempimento delle disposizioni impartite, nei limiti del loro oggetto, comporti la presunzione legale dell'osservanza degli obblighi previsti dal presente disegno di legge. Avverso le disposizioni degli ispettori è ammesso, inoltre, ricorso, entro trenta giorni, con eventuale richiesta di sospensione delle stesse, all'Ispettorato nazionale del lavoro o al direttore della ASL, i quali devono espressamente pronunciarsi sul ricorso entro i successivi trenta giorni. L'inosservanza delle disposizioni comporta infine la sanzione dell'arresto fino a dodici mesi o dell'ammenda fino a 10.000 euro per ciascuna disposizione.

PROPOSTA DI LEGGE
CAPO I
DISPOSIZIONI GENERALI
Art. 1.
(Oggetto)
1. La presente legge promuove il miglioramento sostanziale della salute e della sicurezza dei lavoratori durante il lavoro riducendo gli adempimenti formali delle imprese.
2. Ai fini di cui al comma 1, la presente legge contiene princìpi e disposizioni generali con riferimento alla prevenzione dei rischi da lavoro e alla protezione della salute e della sicurezza dei lavoratori, all'informazione, alla consultazione, alla partecipazione dei lavoratori alle attività di prevenzione dei rischi da lavoro nonché alla formazione dei lavoratori e dei loro rappresentanti.
3. I princìpi di riferimento delle disposizioni che seguono e delle funzioni sussidiarie in esse indicate sono:
a) l'obbligo del datore di lavoro di garantire che l'attività lavorativa non presenti rischi per la salute e la sicurezza delle persone;
b) il dovere dei lavoratori di assumere comportamenti responsabili e attivi in relazione alla sicurezza del lavoro.
4. In relazione a quanto disposto dall'articolo 117, quinto comma, della Costituzione e dall'articolo 40, comma 3, della legge 24 dicembre 2012, n. 234, le disposizioni della presente legge, riguardanti ambiti di competenza legislativa delle regioni e province autonome, si applicano, nell'esercizio del potere sostitutivo dello Stato e con carattere di cedevolezza, nelle regioni e nelle province autonome nelle quali ancora non sia stata adottata la normativa regionale e provinciale e perdono comunque efficacia dalla data di entrata in vigore di quest'ultima, fermi restando i princìpi fondamentali ai sensi dell'articolo 117, terzo comma, della

Costituzione.
Art. 2.
(Campo di applicazione oggettivo)
1. La presente legge si applica a tutti i settori d'attività privati o pubblici, ove siano presenti lavoratori come definiti ai sensi dell’articolo 3.
2. Relativamente alle Forze armate e dell'ordine, alla protezione civile e ai servizi di soccorso, al volontariato, alle associazioni sportive dilettantistiche, alle associazioni religiose e alle imprese agricole che occupino prevalentemente lavoratori stagionali, la presente legge è applicata tenendo conto delle rispettive particolari esigenze, identificate con decreti dei Ministeri competenti, adottati di concerto con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e con il Ministero della salute, entro sei mesi della data di entrata in vigore della presente legge. Fino alla data di entrata in vigore dei decreti di cui al precedente periodo restano in vigore le disposizioni attuative dell'articolo 3 del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81.

Art. 3.
(Definizioni)
1. Ai fini della presente legge si intende per:
a) «lavoratore»: qualsiasi persona impiegata in modo non episodico per attività di lavoro da un datore di lavoro nell'ambito dell'organizzazione dell'azienda, pubblica o privata, indipendentemente dalla tipologia contrattuale, con o senza retribuzione, compresi i tirocinanti e gli apprendisti, ad esclusione degli addetti ai servizi domestici e familiari; ai lavoratori autonomi si applicano le disposizioni di cui all'articolo 4;
b) «datore di lavoro»: qualsiasi persona fisica o giuridica titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore o, comunque, il soggetto che, secondo il tipo e l'assetto dell'organizzazione nel cui ambito il lavoratore presta la propria attività, ha la responsabilità dell'organizzazione stessa o dell'unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa;
c) «azienda»: il complesso della struttura organizzata dal datore di lavoro pubblico o privato;
d) «dirigente»: persona che svolga nell'organizzazione del datore di lavoro un compito che comporta la gestione e l'organizzazione di una parte o funzione autonoma dell'azienda in relazione alla salute e sicurezza sul lavoro;
e) «preposto»: persona che svolga nell'organizzazione del datore di lavoro un compito di sovrintendenza e vigilanza su un gruppo di lavoratori, diretto a garantire il rispetto da parte dei medesimi delle procedure di salute e sicurezza;
f) «rappresentante dei lavoratori per la prevenzione»: qualsiasi persona eletta, scelta o designata, conformemente ai contratti collettivi nazionali di lavoro, per rappresentare i lavoratori per quanto riguarda i problemi relativi alla protezione della loro salute e sicurezza durante il lavoro;
g) «prevenzione»: il complesso delle disposizioni o misure prese o previste in tutte le fasi dell'attività dell'impresa per evitare o diminuire i rischi da lavoro;
h) «fattore di rischio»: ogni fattore, ordinariamente presente nell'attività lavorativa o a questa collegato, inclusi quelli che possano concretizzarsi a seguito di condizioni particolari, ma comunque ragionevolmente prevedibili, che possa avere conseguenze negative, obiettivamente apprezzabili, sulla salute e sicurezza dei lavoratori;
i) «valutazione e gestione dei rischi»: processo finalizzato a riconoscere fattori di rischio presenti nell'attività lavorativa al fine di eliminarli e, se impossibile, minimizzarli;
l) «princìpi generali di prevenzione»: principi che il datore di lavoro segue per mettere in atto le misure di prevenzione; i princìpi sono i seguenti:
1) evitare i rischi;
2) valutare i rischi che non possono essere evitati;
3) combattere i rischi alla fonte;
4) adeguare il lavoro all'uomo, in particolare per quanto concerne la concezione dei posti di lavoro e la scelta delle attrezzature di lavoro e dei metodi di lavoro e di produzione, anche per attenuare il lavoro monotono e il lavoro ripetitivo e per ridurre gli effetti di questi sulla salute;
5) tener conto del grado di evoluzione della tecnica;
6) sostituire ciò che è pericoloso con ciò che non è pericoloso o che è meno pericoloso;
7) programmare la prevenzione, mirando a un complesso coerente che integri nella medesima la tecnica, l'organizzazione del lavoro, le condizioni di lavoro, le relazioni sociali e l'influenza dei fattori dell'ambiente di lavoro;
8) dare la priorità alle misure di protezione collettiva rispetto alle misure di protezione individuale;
9) impartire adeguate istruzioni ai lavoratori;
m) «addetto alla prevenzione»: lavoratore o persona esterna all'impresa, in possesso di specifica qualificazione nel campo della sicurezza del lavoro, ovvero di laurea in Tecniche della prevenzione nell'ambiente e nei luoghi di lavoro o Ingegneria della sicurezza o di diploma di scuola di secondo grado e curriculum di studio e lavorativo che attesti una competenza specifica nel campo della sicurezza del lavoro nell'impresa, che può svolgere i compiti di coordinatore o di addetto al servizio di prevenzione e protezione in azienda. I soggetti già in possesso, alla data di entrata in vigore della presente legge, dei requisiti per lo svolgimento dei compiti di responsabile e addetto del servizio di prevenzione e protezione di cui al decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, hanno titolo per lo svolgimento delle attività di addetto alla prevenzione;
n) «medico del lavoro»: medico specialista in Medicina del lavoro oppure medico competente ai sensi del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, iscritto in un apposito elenco nazionale presso il Ministero della salute previa verifica periodica dell'adempimento degli obblighi di aggiornamento professionale definiti da un decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca di concerto con il Ministro della salute;
o) «sorveglianza sanitaria»: insieme di indagini cliniche o analitiche o strumentali intese a raccogliere in modo sistematico dati sullo stato di salute di uno o più lavoratori per la protezione della loro salute e sicurezza in relazione all'esposizione a fattori di rischio da lavoro;
p) «mansione»: complesso dei compiti attribuiti al lavoratore, caratterizzati da uno specifico profilo di rischio;
q) «idoneità alla mansione»: dichiarazione da parte del medico del lavoro che un lavoratore può eseguire in tutto o in parte i compiti affidatigli, senza rischi per la salute e la sicurezza del lavoratore stesso, o dei suoi colleghi o di terzi;
r) «modello di organizzazione e di gestione»: modello organizzativo e gestionale per la definizione e l'attuazione di una politica aziendale per la salute e sicurezza, ai sensi dell'articolo 6, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, idoneo a prevenire i reati di cui agli articoli 589 e 590, terzo comma, del codice penale, commessi con violazione delle norme antinfortunistiche e sulla tutela della salute sul lavoro;
s) «norma tecnica»: specifica tecnica, approvata e pubblicata da un'organizzazione internazionale, da un organismo europeo o da un organismo nazionale di normalizzazione, la cui osservanza non sia obbligatoria ma costituisca utile riferimento per l'attuazione delle disposizioni obbligatorie in materia di prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali;
t) «buone prassi»: soluzioni organizzative o procedurali coerenti con la normativa vigente e con le norme di buona tecnica, adottate volontariamente e finalizzate a promuovere la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro attraverso la riduzione dei rischi e il miglioramento delle condizioni di lavoro, validate dalla Commissione nazionale per la sicurezza sul lavoro;
u) «linee guida»: atti di indirizzo e coordinamento per l'applicazione della normativa in materia di salute e sicurezza predisposti dai Ministeri, dalle regioni, dall'Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL) e dalle associazioni professionali competenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro, validati dalla Commissione nazionale per la sicurezza sul lavoro.
Art. 4.
(Campo di applicazione soggettivo)
1. I componenti dell'impresa familiare di cui all'articolo 230-bis del codice civile, i lavoratori autonomi che compiono opere o servizi ai sensi dell'articolo 2222 del codice civile, i coltivatori diretti del fondo, i soci delle società semplici operanti nel settore agricolo, gli artigiani e i piccoli commercianti devono:
a) utilizzare attrezzature di lavoro in conformità alle disposizioni di cui alla presente legge;
b) munirsi di dispositivi di protezione individuale e utilizzarli conformemente alle disposizioni di cui alla presente legge.
2. Nei confronti dei lavoratori che effettuano prestazioni di lavoro accessorio, le disposizioni di cui alla presente legge e le altre norme speciali vigenti in materia di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori si applicano nei casi in cui la prestazione sia svolta a favore di un committente imprenditore o professionista. Negli altri casi si applicano esclusivamente le disposizioni di cui al comma 1. Sono comunque esclusi dall'applicazione delle disposizioni di cui alla presente legge e delle altre norme speciali vigenti in materia di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori i piccoli lavori domestici a carattere straordinario, compresi l'insegnamento privato supplementare e l'assistenza domiciliare ai bambini, agli anziani, agli ammalati e ai disabili.
3. Nell'ambito della somministrazione di lavoro il datore di lavoro informa e forma il lavoratore sui rischi generalmente connessi allo svolgimento del lavoro. Ogni altro obbligo ai sensi della presente legge e delle altre disposizioni vigenti in materia di salute e sicurezza è a carico dell'utilizzatore.
4. Per lavoro agile si intende una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell'attività lavorativa. Nel lavoro agile la prestazione lavorativa viene eseguita in parte all'interno di locali aziendali e, senza una postazione fissa, in parte all'esterno, entro i soli limiti di durata massima dell'orario di lavoro giornaliero e settimanale derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva. In caso di lavoro agile il datore di lavoro informa e forma il lavoratore in ordine ai rischi connessi alla modalità di svolgimento della prestazione di lavoro e garantisce, in caso di utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell'attività lavorativa, la loro conformità alle disposizioni vigenti in materia di salute e sicurezza. Il medico del lavoro sottopone il lavoratore a visita medica preventiva ed effettua la sorveglianza sanitaria secondo periodicità e modalità da lui stabilite, avuto riguardo al rischio connesso alle modalità di svolgimento della prestazione di lavoro. Nel rispetto degli obiettivi concordati e delle relative modalità di esecuzione del lavoro definite nell’accordo tra le parti, nonché delle eventuali fasce di reperibilità, il lavoratore ha diritto alla disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche e dalle piattaforme informatiche di lavoro senza che questo possa comportare, di per sé, effetti sulla prosecuzione del rapporto di lavoro o sui trattamenti retributivi.

Art. 5.
(Vigilanza)
1. La vigilanza sull'applicazione della presente legge è affidata alle Aziende sanitarie locali (ASL) e all'Ispettorato nazionale del lavoro, che vi provvedono sulla base di programmi predisposti in funzione delle priorità nazionali e regionali, con particolare riferimento agli infortuni mortali nei luoghi di lavoro o a quelli da cui derivino gravi inabilità permanenti o alle malattie da lavoro il cui esito possa essere mortale o da cui derivino gravi inabilità permanenti.
2. Restano ferme le competenze per ambiti specifici di cui all'articolo 13 del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, e in particolare quelle:
a) del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, nonché per il settore minerario, fino all'effettiva attuazione del trasferimento di competenze da adottare ai sensi del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, dal Ministero dello sviluppo economico, e per le industrie estrattive di seconda categoria e le acque minerali e termali dalle regioni e delle province autonome di Trento e di Bolzano. Le province autonome di Trento e di Bolzano provvedono alle finalità del presente articolo, nell'ambito delle proprie competenze, secondo quanto previsto dai rispettivi ordinamenti;
b) delle autorità marittime a bordo delle navi ed in ambito portuale, degli uffici di sanità aerea e marittima per quanto riguarda la sicurezza dei lavoratori a bordo di navi e di aeromobili ed in ambito portuale ed aeroportuale;
c) dei servizi sanitari e tecnici istituiti per le Forze armate e per le Forze di polizia e per i vigili del fuoco.
3. Il personale delle pubbliche amministrazioni, assegnato agli uffici che svolgono attività di vigilanza, non può prestare, ad alcun titolo e in alcuna parte del territorio nazionale, attività di consulenza.
4. L'importo delle somme che l'ASL, in qualità di organo di vigilanza, ammette a pagare in sede amministrativa ai sensi dell'articolo 21, comma 2, primo periodo, del decreto legislativo 19 dicembre 1994, n. 758, integra l'apposito capitolo regionale per finanziare l'attività di prevenzione nei luoghi di lavoro svolta dai dipartimenti di prevenzione delle ASL e gli insegnamenti universitari in materia di salute e sicurezza sul lavoro, tra i quali medicina del lavoro.

CAPO II
OBBLIGHI E MODALITÀ
DI ADEMPIMENTO
Art. 6.
(Disposizioni generali)
1. Il datore di lavoro deve garantire la salute e la sicurezza dei lavoratori e delle altre persone legittimamente presenti sul luogo di lavoro in tutti gli aspetti connessi con il lavoro.
2. Qualora un datore di lavoro, ai fini della prevenzione, ricorra a competenze esterne all'impresa, egli non è per questo liberato dalle proprie responsabilità in materia, fatte salve le responsabilità dei professionisti di cui si è avvalso.
3. Gli obblighi dei lavoratori in materia di salute e sicurezza durante il lavoro non intaccano il principio della responsabilità del datore di lavoro, fatto salvo quanto previsto dai commi da 4 a 7.
4. La responsabilità penale e civile del datore di lavoro è esclusa nel caso in cui siano intervenuti fatti dovuti a circostanze a lui estranee, eccezionali e imprevedibili, o a eventi eccezionali, le cui conseguenze sarebbero state comunque inevitabili, nonostante il datore di lavoro si sia comportato in modo diligente.
5. Il datore di lavoro è tenuto altresì a vigilare in ordine all'adempimento degli obblighi in materia di salute e sicurezza sul lavoro da parte dei propri lavoratori. Tale vigilanza si esplica attraverso un’articolazione di funzioni che assicuri le competenze tecniche e i poteri necessari per la verifica, la valutazione, la gestione e il controllo del rischio, per mezzo dei dirigenti e dei preposti e attraverso idonee procedure, ivi comprese quelle disciplinari.
6. La responsabilità penale del datore di lavoro è esclusa in caso di infortunio occorso a seguito di grave negligenza del dirigente, del preposto o del lavoratore, ove sia dimostrato il diligente comportamento del datore di lavoro, consistente nell’adozione ed efficace attuazione delle disposizioni di cui alla presente legge e di cui alla normativa vigente in materia di salute e sicurezza sul lavoro.
7. Le posizioni di garanzia del datore di lavoro, del dirigente e del preposto gravano su chiunque, indipendentemente dall'investitura formale, eserciti di fatto le corrispondenti funzioni nell'ambito dell'organizzazione aziendale.

Art. 7.
(Adempimento e certificazione degli
obblighi di salute e sicurezza)
1. Il datore di lavoro adempie ai propri obblighi in materia di salute e sicurezza sul lavoro adottando e efficacemente attuando le migliori soluzioni tecniche e organizzative disponibili, contenute nelle pertinenti «norme tecniche», «linee guida» o «buone prassi» o nelle indicazioni delle associazioni professionali competenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro, purché validate dalla Commissione nazionale per la salute e sicurezza sul lavoro. L'adempimento di cui al primo periodo si considera ottemperato in caso di adozione ed efficace attuazione di un modello di organizzazione e gestione della salute e sicurezza sul lavoro.
2. Per un periodo di tre anni successivo alla data di entrata in vigore della presente legge il datore di lavoro può dimostrare, in tutto o in parte, di avere adempiuto ai propri obblighi in materia di salute e sicurezza sul lavoro attuando le disposizioni di cui al decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, e ai relativi provvedimenti di attuazione.
3. Il datore di lavoro può chiedere a un medico del lavoro o a un professionista competente in materia di salute e sicurezza sul lavoro, in possesso dei requisiti di cui al comma 5, di certificare l'avvenuta effettuazione della valutazione dei rischi e l'efficace attuazione delle misure di prevenzione e protezione da essa previste.
4. Il datore di lavoro può chiedere a un medico del lavoro iscritto nell'elenco nazionale, in relazione alle materie di competenza del medesimo, o a un professionista competente in materia di sicurezza del lavoro, in possesso del requisiti di cui al comma 5, di certificare l'adozione e l'efficace attuazione di ciascuno degli obblighi previsti dalla presente legge. La certificazione è resa dai soggetti di cui al precedente periodo unicamente in relazione alle materie di rispettiva competenza ed ha efficacia limitata esclusivamente agli obblighi in ordine ai quali viene prodotta. La certificazione rilasciata, in relazione agli aspetti relativi alla tutela della salute negli ambienti di lavoro, da persona non in possesso dei requisiti per lo svolgimento

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