Claudia Porchietto

Torino allo sbando. Altro che capitale e Gran Torino

16.10.2017 Print

C'era una volta Torino capitale. Potrebbe essere questo l'incipit più efficace per raccontare lo stato di salute del capoluogo sabaudo, in particolare dopo la tragica morte avvenuta in queste ore al "Barattolo", il mercato di libero scambio ideato dal Partito Democratico e confermato - dopo una rinfrescata di facciata - da parte del Movimento Cinque Stelle.

Ormai la classe politica e la classe dirigente di questa città é ostaggio di se stessa. Entrambe si accontentano delle rendite di posizione acquisite nel corso dell'ultimo trentennio, senza scatti d'orgoglio o accettando il rischio di impresa. Nonostante tutti i dati documentino il triste declino del capoluogo piemontese si preferisce nascondere la testa sotto la sabbia, trincerandosi dietro una nobile supponenza dei migliori della classe, anche se di migliore c'è ben poco. 

La vicenda del "Barattolo", dove un cinquantenne di San Mauro é stato accoltellato a morte da un extracomunitario, é l'emblema di questa supponenza. Tutti sapevano che quel mercato aveva troppe "zone grigie" nelle quali anche la legge aveva delle difficoltà ad agire. Eppure nessuno ha deciso di intervenire con la forza appropriata, di fatto rendendosi connivente con quanto accaduto. Non c'è nessuna volontà di sciacallare, vi é solo l'amara analisi della realtà dei fatti: e la fotografia é impietosa visto che in questo omicidio vi é la sconfitta di un modello culturale che da anni ammorba questa città. Oltre trent'anni buttati alle ortiche segnando la sconfitta di un modello economico, sociale, culturale. 

Dopo le Olimpiadi ci siamo raccontati di essere i migliori, di aver superato definitivamente la crisi dovuta alla fine della one company town, di poter vivere con la cultura e senza medie e grandi industrie. Non é così e oggi raccogliamo quanto seminato. Non si può essere modello di accoglienza se non si può offrire la dignità di un lavoro e l'opportunità di "mettere su casa" ai propri cittadini, figuriamoci a quelli nuovi. Sono utopie, favole ideologiche, nodi che prima o poi verranno al pettine presentandoci il conto.

I dati del dossier Rota, recentemente pubblicati, ci raccontano la Torino che tutti noi non vogliamo raccontarci: una città che arranca tra vocazioni imposte, ma mai digerite, e altre soffocate che invece sarebbero naturali per la nostra natura. Questo non vuol dire che negli ultimi anni si sia sbagliato tutto, significa solo che non può esistere una città senza fabbriche, con la paura di sostenere il lavoro manuale, con la psicosi di sporcarsi le mani. Le grandi invenzioni che ha saputo sviluppare Torino sono nate proprio dalla capacità di essere laboratorio manuale oltre che intellettuale. Questa é una città che deve coniugare innovazione e catena di montaggio: se non lo fa si inceppano gli ingranaggi e finiamo così come siamo ora: una delle città più cassaintegrate d'Italia ma che ha paura di dirselo. 

E' necessario raccontarsi una volta per tutte che cos'é Torino. Raccontare le storie di chi é scappato dalla nostra città é ha avuto successo all'estero, perché qui non ci sarebbe mai riuscito. Bisogna riprendere consapevolezza di chi siamo per tracciare una rotta di medio-lungo termine e perseguirla con la forza del coraggio e della consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti.  Solo allora ridaremo a Torino il ruolo che merita: cioé quello di capitale d'Italia.

Claudia Porchietto